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L'antropologo e il mondo globale di Marc Augé

All'interno di una società in costante cambiamento, un mutamento del nostro rapporto con le distanze violenta la nostra vita d'un tratto, per un fenomeno in continua accelerazione. Tale stato di fatto, dalle molte forme e in incessante rivoluzione, è quello che definiamo globale, e ciò a cui si dedica Marc Augé nel suo ultimo libro pubblicato in Italia, L'antropologo e il mondo globale, edito da Cortina.

Augé indaga soprattutto il concetto di morte del tempo associato al concetto, ampiamente analizzato in passato dall'antropologo francese, di non luogo, ponendosi domande in riferimento ai legami fra senso comune e individuo dei nostri tempi. Ciò di cui c'è primariamente bisogno, spiega l'antropologo, è un impegno costante allo scopo di raggiungere la consapevolezza su noi stessi, per operare una trasformazione, già sintetizzata a suo tempo da Mauss, della civiltà da globale a totale, facendo valere, più di ogni altro interesse, la solidarietà, l'ambizione, la lucidità e l'intelligenza. Secondo Augé oggi le trasformazioni che stanno interessando i sistemi di trasporto e di passaggio delle informazioni stanno conducendo l'uomo verso un limbo di consapevolezza che deve essere sfruttato anziché generare paura. La possibilità di avere ogni centimetro del mondo sotto mano in qualsiasi mondo, senza che nulla di esso possa ancora essere sconosciuto, amplia e al tempo stesso limita i nostri orizzonti mentali. Esiste sempre più una presa di coscienza della limitatezza delle nostre vite, limitatezza che ora cogliamo anche nel nostro mondo, che ci è enormemente familiare e che non rappresenta più alcuna sorpresa. La sensazione comune, di questa società globale, secondo quanto sostenuto da Augé, è quella di una impossibilità di fare qualcosa oltre noi, che non sia il mero vivere. Questo senso di impotenza però può spingerci verso una piena comprensione di ciò che siamo, compresi naturalmente i nostri limiti, e portarci a formulare tesi su noi stessi e la società radicalmente differenti rispetto a quelle formulate fino ad ora. Per tutto il Novecento l'idea dominante è stata quella di possedere il mondo, come a dimenticarci che il primo possesso dovrebbe riguardare noi, e poi eventualmente il mondo circostante. Questo atteggiamento, a tutti i livelli, ha portato a un distanziamento dalla nostra stessa volontà che, non compresa e non limitata, ha potuto agire liberamente a prescindere da noi, trasformandosi in ciò che è definito il senso comune. Oggi però, sostiene Augé, si rivela quantomai fondamentale formulare una critica di questo senso comune, per ricollegarsi con quelle che sono le nostre possibilità più proprie. Secondo l'antropologo francese, insomma, questa illimitatezza dell'agire e del pensare comune senza freni ha portato, paradossalmente, a una limitazione, a una sostanziale incomprensione di noi stessi. Ma il progresso tecnico, avvenuto attraverso questa mancanza di limiti, può essere ora sfruttata per renderci conti della piccolezza delle cose, della piccolezza del nostro mondo. Quella che Hegel definiva la coscienza del mondo, in modo positivo, per Augé è quindi una falsificazione, una contraddizione da eliminare, prima che possa prendere definitivamente il sopravvento. L'incremento nella consapevolezza riguardo al mondo è compiuto, dice Augé, e ora bisogna necessariamente tornare su di noi, con i nuovi strumenti di pensiero che abbiamo a disposizione, con l'obiettivo di riprenderci, impossessandoci di qualcosa che non sia mera razionalizzazione del mondo.