Antropologia Milano è un sito dedicato alla disciplina che studia l'essere umano dal punto di vista sociale, culturale, evolutivo, artistico, filosofico, religioso e morfologico. Contribuisci anche tu con dibattiti sulla cultura e sulla società e commenta gli approfondimenti che vengono da noi regolarmente proposti e pubblicati.

La morte e la sua concezione nel tempo e nei rituali: convegno a Roma tra il 20 e il 22 maggio 2015

In una tre giorni, che si è svolta tra il 20 e il 22 maggio 2015 a Roma, si è tenuto uno dei convegni promossi da “Archeologia e Antropologia a confronto”, presso lo Stadio di Domiziano. Al convegno sono intervenuti molti studiosi e ricercatori del settore, perché la tematica era particolarmente intrigante; inoltre, attraverso un’innovazione tecnologica, è stato possibile seguire i lavori anche tramite il portale web Academia.edu.

Qui si è potuto intervenire, operando in remoto, ad ognuna delle cinque sessioni di discussione che si sono svolte, e che hanno riguardato una tematica ben precisa, studiata da diverse angolazioni. Prendendo spunto dal volume “Archeologia e Antropologia della Morte: Storia di un’Idea. La semiologia e l’ideologia funeraria delle società di livello protostorico nella riflessione teorica tra antropologia e archeologia” (Edizioni Edipuglia, Bari, 2015), e dal simposio del 1966 svoltosi a Pittsburgh sul tema “Social Dimensions of Mortuary Practices”, infatti, il convegno è stato intitolato “Archeologia e Antropologia della morte”. Quindi, l’argomento che si è cercato di sviscerare è stato quello della morte, tanto spaventoso, per i più, quanto appassionante per la sociologia, per l’archeologia, e soprattutto per l’antropologia. Il modo in cui un uomo approccia il momento della morte è il riflesso della cultura di cui è intriso, e della concezione che quindi esso ha di questo momento estremo. L’intrinseca contraddizione che la morte porta con sé riguarda il fatto che si tratta di un’esperienza fondamentale e importantissima nella esistenza di ogni essere vivente, poiché ne rappresenta il culmine, l’ultimo momento, il limite estremo, e conduce all’esplorazione di un’altra dimensione. Eppure, è anche l’unica esperienza che non si può raccontare, di cui non si sa niente di certo. Questo quindi è il primo aspetto che si è trattato durante il convegno di Roma: le differenti modalità con le quali, nel tempo, si è affrontata questa “anormalità” della morte, e le diverse pratiche che si sono messe a punto per dare un senso a ciò che è impossibile da decifrare. Un altro lato della morte che porta alla riflessione personale e collettiva è quello che accade al corpo umano: esso infatti torna ad uno stato minerale attraverso la decomposizione, quindi il rituale della sepoltura tiene conto di questo, ma a volte si sono tramandate pratiche che invece cercano di impedire il disfacimento organico, come se questo fosse un modo di perpetuare la vita. Dal punto di vista della disciplina dell’archeologia è quindi importante riflettere sulle metodologie di inumazione, sui riti funebri praticati nel passato, ma anche in epoche più vicine a noi, e soprattutto cercare di sviscerare la concezione della “vita oltre la morte” che le varie popolazioni hanno ipotizzato nel corso delle ere umane. C’è stata infine una sessione di lavori incentrata sul concetto di identità oltre la morte, sul modo in cui i defunti spesso diventano dei numi tutelari, spiriti che proteggono, assumendo una valenza del tutto arbitraria nella mente di chi resta. Le conclusioni dei lavori hanno ora l’ambizione di poter tracciare una summa di molti anni di studi condotti sui vari modi in cui, storicamente, la morte è stata esorcizzata e metabolizzata dalle società umane, partendo dal passato, con la convinzione che esso possa servire a leggere il presente, e a dargli una chiave di lettura più completa ed esaustiva.