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Terrorismo ed evoluzione tecnologica: quale nesso?

I numerosi episodi di terrorismo, non ultimo il tragico attentato alla redazione del giornale satirico parigino Charlie Hebdo, hanno condotto i commentatori ad interrogarsi sul perché della recrudescenza di questi fenomeni, su quale sia il motivo per cui agli esordi del XXI secolo, quando la società umana sembrerebbe, e dovrebbe dirsi, evoluta, ci si trova ad assistere a degli atti di barbarie spietata, volti ad incutere nel prossimo terrore e spirito di sottomissione.

Le ragioni che si potrebbero dare al fenomeno del terrorismo sono moltissime, tutte valide, anche se in apparenza contraddittorie tra di loro; ma forse ce n’è una che i più ancora non hanno considerato, magari perchè vista come secondaria o trascurabile, e su cui invece forse sarebbe bene riflettere un po’ più approfonditamente. Bisognerebbe provare a spostare il livello di lettura, ad elevarlo leggermente rispetto alle mere motivazioni politiche, sociali o sociologiche, economiche e religiose, portandolo invece a quello dell’antropologia, ovvero della scienza che indaga le modalità dell’evoluzione e dello sviluppo umano. Va da sé che l’Homo Sapiens ha raggiunto un livello di sviluppo intellettuale, oltre che tecnologico, tale da non poter più applicare in modo pedissequo i principi individuati da Darwin, per quanto validi nelle sue speculazioni scientifiche. La più recente evoluzione umana, infatti, ha introdotto un elemento che mai si era posseduto in passato, vale a dire la tecnologia e tutto ciò che essa comporta. È evidente il modo in cui la vita quotidiana della maggio parte della collettività sia stata cambiata dal semplice uso di strumenti come computer o smartphone che, ci hanno detto, servono per semplificare e rendere più agevole le nostre usuali incombenze. Ma è davvero così? Il problema, forse, è che non c’è stata una pari evoluzione delle coscienze rispetto agli strumenti messi a disposizione. Ovvero, la crescita è stata tale che l’umanità non è riuscita ad elaborare adeguatamente gli enormi cambiamenti che sono sovvenuti nella sua esistenza quotidiana, al punto che ora non si è più in grado di gestirli, e questo sfocia in forme assurde e paradossali di comportamento, come, appunto, il terrorismo. Ciò vuol dire che se c’è una colpa da imputare a governi e regnanti, essa sta nel non aver saputo creare un movimento culturale, una presa di coscienza che riuscisse a tenere dietro alle continue innovazioni introdotte, ob torto collo, anche nello svolgimento delle attività più usuali. La pratica di atti terroristici, inserita in questo quadro e in questo contesto, dunque, si configura come una reazione di alcune parti di umanità ad un disagio interiore profondo, che viene avvertito come incompreso dall’esterno, e che deve essere palesato con atti che inducano anche nel resto del consesso sociale la paura e l’inadeguatezza che vengono percepiti a livello inconscio. Con questo non si vuole dare una giustificazione de facto del terrorismo, ma solo una giustificazione in chiave antropologica ad un fenomeno che sarebbe troppo semplicistico, per non dire superficiale, ascrivere solo ad altri fattori più contingenti. Questo significa che il terrorismo rappresenta un campanello d’allarme circa i potenziali rischi che si corrono nel lasciare che l’evoluzione tecnologica non proceda di pari passo ad una reale crescita spirituale dell’uomo, ovvero ad una sua reale accettazione dei cambiamenti del mondo che lo circonda. O forse, in senso contrario, bisognerebbe adeguare i ritmi della crescita tecnologica a quelli umani, permettendo uno sviluppo più armonico e di, conseguenza, meno conflittuale.