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Revisione dell'antropologia utilitaristica di Adam Smith

Molti economisti si sono chiesti se l’interpretazione dominante del pensiero di Adam Smith non sia troppo semplicistica e unidimensionale: un dubbio conosciuto in letteratura come “Adam Smith problem”. L’argomentazione spesso utilizzata è che la Teoria dei sentimenti morali sarebbe un’opera giovanile, mentre La Ricchezza delle Nazioni sarebbe frutto di un ‘ritaglio’ più maturo del pensatore.

Tuttavia, la tesi non è difendibile per due motivi: il primo è che sono stati trovati alcuni appunti degli anni ’50 in cui Smith anticipa le sue riflessioni sull’economia; e il secondo è che il filosofo scozzese lavora continuamente a correzioni e ristampe della Teoria dei sentimenti morali, rafforzandone semmai l’impianto.

Stigler, non potendo non riconoscere, nell’opera di Smith, l’esistenza di un’attenzione a dimensioni altre rispetto a quelle legate al self-interest come driver del comportamento economico, arriva comunque a sostenere che esso è “il più persistente, il più universale e quindi il più affidabile dei moventi umani”. Il tutto senza però offrire una valida argomentazione a supporto. Leggiamo tuttavia, per avviare la riflessione, la prima frase della Teoria dei sentimenti morali: «Per quanto egoista lo si possa supporre, l’uomo ha evidentemente nella sua natura alcuni principi che lo inducono a interessarsi alla sorte degli altri e che gli rendono necessaria la loro felicità». Felicità? Condivisione della sorte degli altri? Lo utility maximising behaviour, la ricerca dell’ottimo di una funzione di utilità che, in un contesto di libera concorrenza, porterebbe all’ottimo sociale (assunzione fondante del paradigma neoclassico in economia), sembra anni luci distante. E ci induce a una lettura più corretta di Smith, che appunto affianchi, più che contrapporre, La Ricchezza delle Nazioni alla Teoria dei Sentimenti morali.

Centrale, a questo fine, è l’interpretazione del concetto di self-love. Già, perché Adam Smith non utilizza la parola self-interest, ma self-love (amore di sé). E che cos’è questo amore di sé, fondato sulla sympathy? Non si tratta, come vorrebbe qualcuno, di un egoismo auto-interessato. Smith parla infatti di uno spettatore imparziale, una sorta di arbitro immaginario dalla cui approvazione dipenderebbe, in ogni contesto, la scelta della nostra condotta e che ispirerebbe, concretamente, le nostre azioni. Chi è questo spettatore imparziale? È un altro generico, probabilmente identificabile con la capacità umana di esprimere un giudizio su di sé.

L’uomo, infatti, non agisce per essere apprezzato dagli altri, ma in primo luogo per essere apprezzato da se stesso. In questo Adam Smith si sgancia dal pensiero di Mandeville, autore della Favola delle Api ed esemplificato dal motto: «Vizi privati e pubbliche virtù». L’azione cooperativa o disinteressata, solidale, non nasce da una vanità o dal giudizio che ci aspettiamo dagli altri. Nasce piuttosto dal giudizio che noi abbiamo di noi stessi, specchiandoci negli occhi altrui per trovare, nel loro sguardo, il nostro io interiore. Questa è la sympathy, anche denominata fellow-feeling. Il sentire comune, insomma, che porta l’uomo naturalmente a vivere in società.