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Non aprire che all’oscuro

Pochi documenti sono tanto importanti, ai fini della speculazione antropologica, quanto le fotografie. Anche se a tratti la validità delle foto come testimonianze storiche è stata messa in discussione, attualmente si riconosce alle fotografie un’innegabile peso nella ricostruzione non tanto di eventi e fatti, quanto più dell’anima e delle tradizioni di un popolo.

Quindi la mostra che è stata allestita a Campobasso, e che resterà visitabile fino al 28 febbraio 2016, riveste un’enorme importanza dal punto di vista della speculazione antropologica per la ricostruzione del sostrato culturale sul quale si è sviluppata l’attuale società molisana (e, in senso più lato, italiana). La mostra in questione ha un titolo fortemente esplicativo “Non aprire che all’oscuro - la vita, i sogni, la morte nel mistero della fotografia” ed ha una genesi davvero peculiare, quasi avventurosa. Ciò che viene esposto è qualcosa che ha rischiato di essere consegnato all’oblio e di venire gettato senza che nessuno ne riconoscesse l’inestimabile valore. Presso le cianfrusaglie di un robivecchi erano state abbandonate due casse di modeste dimensioni, simili a quelle in cui un tempo venivano trasportate le bottiglie della birra. Sul coperchio di una di queste due casse era impressa la sibillina iscrizione: “Non aprire che all’oscuro”. All’interno infatti erano conservate delle antiche lastre fotografiche, mescolate alla rinfusa e pronte ad essere buttate via. Per fortuna questo piccolo tesoro è stato rinvenuto da una persona che ne ha subito intuito le incredibili potenzialità. Si tratta di colui che poi è stato il promotore, ed oggi è il curatore, della mostra, vale a dire Flavio Brunetti. Brunetti è un fotografo, ed anche attore e autore teatrale. Analizzando più da vicino le lastre ha scoperto che esse documentavano in modo molto esauriente la vita di un’intera comunità, quella di Casacalendra, paesino in provincia di Campobasso, a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Sviluppando quelle fragili e antiche lastre sono emersi volti e persone, documentazioni impagabili di un tempo non troppo remoto ma che agli occhi dei contemporanei appare lontanissimo. Una nutrita sezione della mostra è dedicata agli scatti post mortem, che all’epoca erano molto diffusi. Brunetti, da fine umanista quale è, non si è limitato a sviluppare ed esporre quelle foto, ma le ha composte in un percorso omogeneo, scrivendo un romanzo che è andato ad arricchire il catalogo dell’esposizione e che è fatto dell’intrecciarsi di ricordi e racconti. La narrazione di Brunetti è in parte molto emozionale, cosa inevitabile visto che fra quelle lastre ha ritrovato persino un ritratto di sua madre quando non aveva che diciassette anni, e in parte costituisce un’esauriente spiegazione di come questa inestimabile ricchezza si sia potuta conservare attraverso gli anni. Tutte le lastre rinvenute nelle casse sono state scattate dallo stesso fotografo, Mastrosanti, tra la fine dell’800 e il 1933. All’interno del percorso della mostra è stato allestito anche un vero e proprio set, che ricostruisce il modo in cui all’epoca venivano scattati i ritratti fotografici elle coppie e delle famiglie che è poi possibile ammirare nelle fotografie esposte. L’intento ultimo dell’esposizione, oltre che di mostrare a tutti uno straordinario ritrovamento, è quello di dimostrare fino a che punto le fotografie possano diventare la testimonianza di un’epoca e di un background culturale. Se infatti le persone ritratte appartengono ad un luogo ben preciso, i loro volti sono in senso stretto quelli dei nostri padri, quelli di una civiltà della terra che costituisce le nostre radici e che permette all’uomo moderno di rintracciare la sua identità nello smarrimento dei tempi attuali. “Non aprire che all’oscuro - la vita, i sogni, la morte nel mistero della fotografia” è visitabile dal 13 gennaio al 28 febbraio 2016 presso il Palazzo GIL di Via Gorizia a Campobasso. Il giorno di chiusura è il lunedì.