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L’antropologia e la tecnologia

Uno dei maggiori problemi che l’antropologia dell’uomo moderno deve affrontare riguarda il rapporto che gli adolescenti hanno con uno degli strumenti tecnologici che maggiormente hanno cambiato la nostra vita negli ultimissimi anni, vale a dire lo smartphone.

A questo proposito si è sentito dire di tutto, e il contrario di tutto. Non si può negare però una dicotomia di fondo. Se da un lato l’uso dello smartphone in sé non viene messo in discussione, allo stesso tempo però si continua a demonizzare l’uso che ne fanno i ragazzi di età adolescenziale. Si dice infatti che per loro trascorrere molte ore in internet sia un male, perché fa perdere il contatto con la realtà e la normale socializzazione; si parla sempre più spesso di cyber bullismo. Soprattutto, si cercano delle soluzioni che però appaiono sempre piuttosto empiriche e poco realistiche. Un esempio piuttosto vicino ,e soprattutto piuttosto fallimentare, c’è stato a Crema nei primi giorni del mese di febbraio 2017. Qui Angela Biscaldi, ricercatrice dell’Università di Milano, ha sottoposto un campione di ragazzi che frequentano il Liceo Munari ad un bizzarro esperimento. Ha chiesto loro di rinunciare al proprio smartphone a favore di un diario su cui scrivere le proprie impressioni e i propri pensieri, come si faceva tanto tempo fa. I risultati parlano abbastanza chiaro del legame che si è creato tra i giovani e questi telefonini di ultima generazione, con i quali loro sono praticamente nati insieme. Solo tre ragazzi hanno accettato la sfida e vi si sono cimentati con successo; dieci di loro si sono semplicemente rifiutati di fare da cavie ad un simile esperimento; trentuno infine hanno provato, ma non hanno resistito oltre tre giorni senza il proprio smartphone. Non era neppure la prima volta che si tentava qualcosa di simile: in passato era stato addirittura un sindaco, quello di Vigonza (comune in provincia di Padova) ad invitare gli studenti della sua città a rinunciare allo smartphone per almeno una settimana. In premio, per chi fosse riuscito, c’era una gita premio a Gardaland. Purtroppo non si conoscono i risultati di quest’altro esperimento. Dal punto di vista dell’antropologia, però, l’errore di approccio è piuttosto evidente. L’antropologia, per sua stessa natura e definizione, non fa altro che analizzare l’evoluzione dell’uomo in rapporto con il modo in cui cambia il mondo. Questo significa che da quel cambiamento non si può prescindere. Dunque, tentare solo di privare i ragazzi di uno strumento che ormai fa parte delle nostre vite è a dir poco anacronistico. Basti pensare che nelle scuole stesse viene fatto un massiccio impiego delle nuove tecnologie: come chiedere ad un giovane allo stesso tempo di avvalersi e di non avvalersi di un qualcosa che pure esiste, e può essere molto utile? Dunque, per risolvere problemi come il cyber bullismo bisogna spostare completamente il punto di vista. Per prima cosa, è sciocco focalizzarsi solo sugli adolescenti. Questi non fanno altro che replicare il mondo degli adulti: quante persone passano molte ore consultando il proprio smartphone, anche quando sono a tavola con qualcun altro o potrebbero impiegare il tempo libero ben diversamente? In secondo luogo, bisogna sempre distinguere l’uso dall’abuso: l’antropologia non può negare il progresso, ma deve insegnare all’uomo il modo migliore e più consapevole per sfruttare al meglio ciò che il progresso porta con sé. Questo è tanto più vero in un’epoca come la nostra, che procede a grandi passi verso il futuro spesso senza essersi presa il giusto tempo di riflettere sul presente.