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L’antropologia e il codice della strada

Potrebbe sembrare che l’antropologia e le nuove evoluzioni tecnologiche in materia di mobilità non abbiano nulla in comune, ma in realtà è esattamente l’opposto. Presso i laboratori Nissan del Nissan Design Center della Silicon Valley, tra ingegneri e designers, lavora anche un’antropologa.

Si chiama Melissa Cefkin e il suo compito è tanto all’apparenza semplice quanto arduo: osservare come si comportano gli esseri umani al volante. Ci si potrebbe chiedere come questo possa aiutare l’evoluzione delle automobili, ed è presto spiegato. Quasi tutte le principali case automobilistiche stanno mettendo a punto i sistemi di guida autonoma. Si prevede che nel futuro le nostre strade potrebbero essere popolate da veicoli in grado di guidarsi da soli, mentre l’essere umano può tranquillamente fare altro durante il tragitto. Ovviamente prima che questo progetto diventi una realtà a tutti gli effetti c’è parecchia strada da fare. Per quanto alcuni sistemi siano già stati adottati su vetture di ultima generazione (ad esempio, il parcheggio automatico) ci sono ancora parecchi nodi da sciogliere. Ecco che entra in gioco l’antropologia. La Rifkin spiega qual è l’importanza del suo ruolo. Una macchina pensa e agisce sulla base di algoritmi matematici: il programmatore mette al suo interno dei dati e delle regole, e la macchina agisce di conseguenza. Questo è il meccanismo sulla base del quale funzionano i robot. Ma guidare una macchina non è compito da robot, perché sulla strada si possono verificare tantissime situazioni che non si possono risolvere con la mera applicazione di una regola o di una formula matematica. Ecco dunque che è necessario sviluppare un software che in qualche modo vada a valutare e sciogliere tutte quelle situazioni in cui il fattore umano è presente e quindi deve essere interpretato anche della macchine. Per far capire meglio ciò a cui sta lavorando, la Rifkin ha fatto due esempi tipici di qualcosa che accade a tutti gli automobilisti. Poniamo il caso vi sia un incrocio in cui una macchina si prende una precedenza che non ha. È domenica mattina: l’altro guidatore, quello che avrebbe dovuto avere la precedenza, non ha fretta e si sente bendisposto. Quindi non reagisce e lascia passare la vettura. Lo stesso scenario potrebbe essere ben diverso un lunedì mattina, quando tutti sono di corsa perché fanno tardi al lavoro. L’automobilista prepotente avrebbe suscitato reazioni ben diverse. Ma una macchina, ha spiegato l’antropologa della Nissan, non è in grado di capire questa differenza. Una macchina non può capire nemmeno quali sono le differenze culturali tra un Paese e l’altro, come cambia il traffico tra una città occidentale e una orientale. Ancora, ci sono casi in cui l’interazione umana è fondamentale. Il secondo scenario è nuovamente un incrocio con un attraversamento pedonale. Un ragazzo fa per passare, l’automobilista rallenta e gli fa un cenno. Il ragazzo ringrazia e affretta il passo per sgombrare la carreggiata il più velocemente possibile. Come avrebbe fatto a sapere di potersi muovere se la macchina non avesse avuto un conducente umano ma uno robotizzato? Questi e molti altri sono i problemi a cui si sta cercando una soluzione. Alcune idee sono già state illustrate nel prototipo di veicolo automatizzato presentato nel 2015 al Salone di Tokyo. In quel caso si ipotizzavano delle strisce a led luminosi e un display su cui comparissero dei messaggi. Ma la strada da fare per trovare una soluzione davvero soddisfacente è ancora lunga, e passa attraverso una scienza antica che può aiutare l’uomo a proiettarsi nel futuro: l’antropologia.