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L’antropologia del Natale

Negli ultimi anni si è diffusa sempre più la consapevolezza che il benessere della persona e il suo stato di salute dipendono soprattutto dal suo stile di vita: da quanto movimento fa, da quanto stress deve sopportare, e da quello che mette in tavola.

Purtroppo, rispetto ai nostri nonni noi siamo molto svantaggiati: se per loro era normale mettere in tavola solo cibi genuini, in quanto li coltivavano con le loro stesse mani, quando si fa la spesa al supermercato ci sono ben poche garanzie. Naturalmente ogni cibo che viene commercializzato deve superare dei rigorosi controlli di qualità e freschezza, ma resta il fatto che, per poter essere conservati a distanza di chilometri e giorni, spesso sono pieni di conservanti ed altre sostanze che possono finire per nuocere all’organismo. Con il tempo quindi si è sviluppata un’attenzione sempre maggiore a quello che si mangia, e alle quantità di cibo che si assume, tanto che in alcuni casi si finisce per eccedere all’opposto. Ovvero, l’attenzione nei confronti della necessità di mantenere uno stile di vita sano a tavola diventa una vera e propria ossessione, tanto da rovinare persino le feste natalizie. Per gli italiani, specialmente per quelli che vivono nelle regioni del sud come ad esempio la Calabria, la cena della vigilia di natale ed il pranzo di Natale devono per forza essere dei tour de force gastronomici, a suon di portate ipercaloriche e grasse. Per una persona attenta all’alimentazione ciò si traduce in un vero e proprio attentato alla salute: ma non bisogna dimenticare le profonde radici antropologiche che ci sono alla base di queste “abbuffate”. A spiegarcelo è il professor Marino Niola, giornalista e docente di antropologia presso l’Università di Napoli. Niola spiega come l’abbondanza dei pasti sia ormai entrata a far parte in modo imprescindibile del concetto stesso di “festa”: non si può parlare di Natale se non ci si siede a tavola con almeno tredici portate, così come è previsto in Calabria. Secondo Niola, dover ascoltare anche nei giorni delle festività i nutrizionisti che ci spingono a fare attenzione al mangiare e ci danno tanti buoni consigli su quale sia il modo migliore per alimentarsi toglie il sapore stesso alla festa, alla sua natura intrinseca che è scritta nella storia del nostro Paese. Questo, secondo lui, è solo il risultato di una perversione del tutto contemporanea, che porta a considerare il cibo come un farmaco e non come un sostentamento e un piacere del palato e dello stomaco. Insomma, secondo l’illuminato parere dell’antropologo ben vengano le tradizioni regionali, soprattutto culinarie. Ecco allora che la tavola imbandita della vigilia in Calabria deve prevedere sempre il fritto, con le frittelle ripiene di verdure e baccalà; il primo condito con i broccoletti o con le acciughe, e secondi a base di capitone. Il giorno di Natale invece il menu tradizionale prevede piatti a base di carne, dalle lasagne con le polpettine alla carne di agnello e al maiale arrosto, fino ai contorni a base di verdure. Ovviamente, non possono mancare i dolci tipici. E se i nutrizionisti ci danno tante indicazioni sagge e assennate, come ad esempio limitare l’uso dei condimenti usando piuttosto le spezie come insaporitori, o di mangiare un po’ di più nei giorni veri e propri di festa (24 e 25 dicembre, 1 e 6 gennaio) limitandosi in tutti gli altri ed evitando di consumare gli avanzi, il professor Niola incita invece a rispettare la tradizione in tutto e per tutto. Ma in fondo, il rigore antropologico e la salute non devono per forza essere in contrapposizione l’uno all’altro: perché i pasti delle feste, in fondo, hanno l’unico scopo di farci stare bene insieme.