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Il Museo di Antropologia di Padova

Spesso non è facile dare una definizione univoca dell’antropologia come disciplina, a differenza per quanto accade ad altre scienze umane. Questo accade perché all’interno dell’antropologia trovano ospitalità e rifugio anche tante altre materie differenti, in quanto tutte servono a raggiungere quello che è lo scopo, questo davvero univoco, dell’antropologia, ovvero raccontare l’uomo.

Solo attraverso lo studio di questa scienza è possibili superare le differenze e le classificazioni che in modo semplicistico vengono fatte tra etnie, razze comunità, per capire che non c’è che un’unica “razza”, un’unica “etnia”, ovvero quella umana. Può ben servire però a farsi un’idea più precisa di quale sia in concreto la materia di studio dell’antropologia visitare un museo che la abbia come oggetto. Anche in questo caso non si è mai ben sicuri di che cosa si potrebbe trovare in un museo di antropologia: se una galleria di quadri riserva poche sorprese, una sala di un museo antropologico potrebbe essere una vera scoperta. Prendiamo ad esempio il Museo di Antropologia di Padova. Al momento, purtroppo, è chiuso, in attesa di essere riaperto nel 2022 quando entrerà a far parte del più vasto polo di Scienze Naturali. Attualmente ci sono tre persone che lavorano alle collezioni del museo: sono Nicola Carrara, conservatore, Eleonora del Servizio Civile Nazionale e laureata in Storia dell’Arte e Cinzia, laureata in Restauro dei Beni Culturali. Già dalla storia personale di questi tre soggetti si può capire come all’antropologia si possa arrivare da diverse direzioni, tanto più che a Padova non esiste un corso di studi specifico ed è quindi necessario specializzarsi dopo aver conseguito il titolo in un’altra materia. Ciò di cui si occupano questi tre studiosi è riordinare e catalogare le collezioni del museo, un aspetto “dietro le quinte” a cui non si pensa spesso ma che è di fondamentale importanza per garantire la corretta fruizione di uno spazio museale. Solo conoscendo nel dettaglio tutti i reperti che un museo possiede, solo ordinandoli con cura dando ad ognuno la sua collocazione non solo storica, ma anche di senso, è possibile poi creare un percorso di visita che parli immediatamente al visitatore permettendogli di comprendere fino in fondo quello che sta vedendo. Addentrandosi poi tra le sale del museo così come sono attualmente disposte si capisce la vastità della disciplina antropologica. Qui a Padova gli itinerari proposti sono quattro: arte orientale, etnografia, paleontologia e osteologia (ramo dell’anatomia che studia le ossa). Ognuno di questi settori propone oggetti interessanti e curiosi per l’osservatore. La collezione di arte orientale, ad esempio, fa parte della raccolta di Enrico di Borbone ed è veramente eterogenea poiché presenta oggetti di uso comune che però hanno sempre una grazia ed un’attenzione al lato estetico davvero inusuali per noi occidentali. Di grande fascino sono, ad esempio, le armature dei samurai, che sono tanto diverse da quelle dei cavalieri occidentali e, per certi versi, rispecchiano il loro codice d’onore. Ci sono poi reperti derivanti dalla Collezione dell’Arsenale della Marina da Guerra austro-ungarica di Pola raccolti nel 1935-36, provenienti da vari continenti tra i quali l’Africa. Il reperto più significativo e impressionante è una mummia egizia che sembra celare chissà quali misteri, esposta accanto ai teschi delle popolazioni oceaniche, come ad esempio quelli che vengono dalla Nuova Guinea. Ogni singolo oggetto racconta una storia che fa parte di un’unica grande storia, quella umana, che ci accomuna tutti senza alcuna differenza di razza o di casta.