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Il genoma delle popolazioni “chiuse”

In antropologia si distingue tra popolazioni dette “aperte” ed altre dette “chiuse”. Le popolazioni “aperte” sono quelle disposte ad accettare l’assorbimento di influssi culturali e linguistici diversi che derivano dall’esterno; quelle “chiuse” sono invece comunità isolate che, per diverse vicissitudini storiche, non si sono mescolate con altre comunità ed hanno quindi conservato i loro tratti peculiari più o meno immutati nel tempo.

Tale distinzione è stata fino ad ora piuttosto netta e precisa, ma una ricerca, i cui risultati sono recentemente stati resi noti, ha dimostrato che le cose forse stanno un po’ diversamente. Lo studio è stato condotto in collaborazione tra le Università di Bologna, quella di Cagliari, di Pisa e La Sapienza di Roma. Il tutto è stato finanziato anche grazie al contributo del National Geographic. A divulgare le conclusioni raggiunte dai ricercatori sono stati due appartenenti al team di studio, Destro Bisol e Paolo Anagnostou, che hanno redatto e firmato un articolo apparso sulla rivista “Nature Scientific Reports”. Bisol, che insegna antropologia all’Università la sapienza di Roma, ha spiegato l’assunto da cui è partita l’intera ricerca. Secondo l’antropologia le comunità chiuse sono delle anomalie, delle eccezioni che si sono formate per una particolare concomitanza di fattori e che quindi esulano completamente dalle regole che dominano invece il procedere degli altri consessi umani. L’intento dello studio è stato quello di verificare la correttezza di tale assunto attraverso due mezzi. Da una parte si sono impiegate le più moderne ricerche scientifiche in materia di DNA attraverso l’analisi del cosiddetto “genoma”, vale a dire il modo in cui le informazioni genetiche sono organizzate all’interno del DNA umano. Dall’altra parte si è però recuperato anche un aspetto più empirico dell’antropologia, parlando direttamente con le persone appartenenti ai gruppi presi in considerazione, per capire la percezione che essi hanno di se stessi e della loro peculiare identità. I gruppi presi in considerazione sono stati diversi: i cimbri che vivono sull’altopiano di Asiago, gli abitanti di Carloforte, gli arbëreshë che vivono al meridione, e altri. Dall’analisi del DNA è emerso un primo dato piuttosto sorprendente, ovvero che il genoma degli appartenenti a comunità considerate isolate è in realtà molto più variegato, fino a sedici volte di più, rispetto a quello che accade per i membri di una popolazione aperta. La differenza che esiste tra il codice genetico di popolazioni molto vicine è cioè molto differente, molto di più di quanto lo possa essere quello di civiltà viceversa lontanissime sotto ogni punto di vista, come ad esempio i Baschi della Francia del Sud e gli abitanti delle isole Orcadi. Questo è stato osservato in particolar modo a proposito di tre piccoli gruppi alpini di Sappada, Sauris e Timau che hanno in comune una lingua derivante dal ceppo linguistico germanico, ma che pur avendo un’origine comune hanno dimostrato di essere estremamente distanti tra di loro. In altri gruppi invece si riscontra un genoma assai più simile a quello dei gruppi aperti, specie per quel che concerne i cimbri ed i carlofortini. In entrambe i casi una spiegazione si può cercare non nel DNA, ma nella storia e nelle vicissitudini attraversate da questi gruppi. Ciò dimostra, conclude Bisol nell’articolo, che la divisione tra comunità aperte e chiuse non è così univoca come si pensava, e che una spiegazione non può essere trovata solo attraverso l’impiego della scienza genetica. L’antropologia cioè deve tornare ad unire la scienza allo studio delle culture umane.