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Il DNA dei nostri antenati

Le moderne scienze antropologica e paleontologica stanno appuntando sempre di più la loro attenzione sullo studio del DNA umano, e in particolar modo sul confronto tra il DNA dell’uomo moderno e dei suoi più antichi progenitori. Ormai sappiamo infatti che moltissimi aspetti della nostra fisiologia e del nostro modo di comportarci derivano da quello che è scritto nei geni presenti nella catena del DNA.

Il DNA è soprattutto molto importante per capire come si generano alcune malattie, come si sviluppano, e quindi in che modo possono essere efficacemente combattute. Negli ultimi anni sono state fatte molte interessanti scoperte che hanno gettato luce su vari aspetti dell’Homo Erectus attraverso lo studio dei suoi “genitori” preistorici; la più recente è stata pubblicata sulla rivista Science e riguarda il DNA di una specie umana ancora poco nota, che è stata chiamata Homo di Denisova. Questo nuovo ceppo della genealogia umana è stato identificato a partire da alcuni resti che sono stati ritrovati in Siberia, e più esattamente sui monti Altaj, ed è stato reso noto alla comunità scientifica nel marzo del 2010. L’Homo di Denisova, che è stato chiamato anche donna X, ha dimostrato, attraverso l’analisi del suo DNA mitocondriale, vale a dire quello che si eredita per linea materna, di essere un ceppo del tutto sconosciuto fino a quel momento. Adesso i genetisti dell'Università di Washington a Seattle, in collaborazione con il Max-Planck-Institut per l'antropologia evoluzionistica di Lipsia e l'Università di Ferrara, hanno individuato una popolazione moderna in cui ancora sopravvivono resti del genoma dell’uomo di Denisova. I ricercatori hanno analizzato il DNA di 1523 persone, scelte tra quelle di nazionalità e provenienza diverse. 35 di questi soggetti provenivano dall'Arcipelago di Bismarck, che si trova nella Melanesia settentrionale, e da Papua Nuova Guinea. Nel loro genoma sono state ritrovare delle tracce dei geni dell’Homo di Denisova, del tutto assente invece in tutte le altre popolazioni mondiali. Mentre le popolazioni non africane hanno ereditato parte del genoma dell’Homo di Neanderthal in percentuale dall’1,5 al 4%, per quel che riguarda le popolazioni melanesiane hanno invece mantenuto tra l’1,9 e il 3,4% del genoma di Denisova. Ci sono due aspetti molto curiosi in questa scoperta. Il primo riguarda l’enorme distanza che divide la Siberia, dove abitava l’uomo di Denisova, dalla Melanesia. Inoltre la comunità scientifica sa per certo che i territori melanesiani sono rimasti isolati per un lunghissimo periodo di tempo, durante il quale non hanno avuto contatti con nessun’altra popolazione mondiale. La deduzione finale che ne ha tratto David A. Merriwether, che ha fatto parte del gruppo di ricerca dell’Università di Washington, è che i popoli primitivi non fossero affatto stanziali ma che viceversa si muovessero in lungo e in largo. Probabilmente spinti dalla necessità, gli uomini del passato erano costretti a percorrere chilometri e chilometri, e una di queste ondate migratorie, probabilmente diretta verso l’Asia, potrebbe aver causato la sparizione dell’Homo di Denisova. A questo punto resta da scoprire dove e quando l’Homo di Denisova si è incontrato con l’Homo Sapiens, tanto che oggi tracce del suo antico DNA si possono ancora trovare negli uomini che vivono in Papua Nuova Guinea e in Melanesia. Il quando è già stato ipotizzato: dovrebbe essere accaduto prima di 41 mila anni fa, ovvero prima che l’Homo di Denisova si estinguesse. Per il dove è meno facile formulare delle ipotesi; l’unico dato probabile è che il Denisova non sia vissuto solo in Siberia ma si sia spostato anche verso l’Asia Orientale e l’Oceania.