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Il disegno infantile da un punto di vista antropologico

I primi segni rappresentanti delle figure si presentano circa quarantamila anni avanti Cristo all'interno delle civiltà dedite alla cacciagione presso i raggruppamenti Homo Sapiens del continente europeo. Si tratta di un metodo in codice di trasmissione dei messaggi, che non utilizza la parola, e che si distingue per un utilizzo variegato delle forme espressive, oltre che per il tradizionalismo delle immagini antropiche e bestiali utilizzate.

Queste manifestazioni possono essere oggetto di una analisi che contempli svariati ambiti culturali, tra cui, in primis, l'antropologia. I segni tracciati dai bambini possono generare raffronti di cospicua entità, e durante molti loro stadi possono dar luogo ad analisi contrastive con le prime pratiche artistiche sviluppate dall'uomo. L'approccio utilizzato allo scopo di indagare questi segni contempla la psicologia, l'arte,  e, appunto, trattandosi di raffronti tra disegno infantile e disegno preistorico, l'antropologia. Presso questo genere di indagine si è in grado di rilevare due approcci generali all'argomento, uno di carattere universalistico e uno di carattere contestuale, autonomi e correlati al tempo stesso. L'approccio universalistico evidenzia come i soggetti di giovane età di qualsiasi ramo sociale incrementino le proprie capacità segniche passando i medesimi step evolutivi. Per quanto riguarda invece l'approccio contestuale qui viene sottolineato come l'evoluzione segnica vada di pari passo a quella di un preciso ambito sociale. L'analisi dei segni grafici a opera dei bambini è ormai considerata un campo di indagine autonomo all'interno dell'antropologia culturale. Fra i fautori di questa branca di studio troviamo, nell'ottocento, Ricci e Cooke. Diverse di queste analisi hanno individuato dei punti di corrispondenza presso questa forma di espressione ed evidenziano degli step per quanto concerne la progressione delle capacità. Il bisogno del soggetto di giovane età di tracciare dei segni è dovuto al funzionamento di un gruppo di fattori psicologici. L'azione di tracciare segni necessita una gestione motoria e oculare sicuramente sviluppata da parte del bambino, allo scopo di poter esprimere dei segni su carta che trasmettano una volontà semantica, oltre che estetica. Ciò non è contemplato dal bambino durante i primi ventiquattro mesi di vita, passati i quali si registra una evoluzione dell'apparato nervoso, non ottimale, ma comunque adeguata per effettuare segni capaci di comprendere in sé un senso e una necessità comunicativa. Lo studioso Luquet, a inizio novecento, ha teorizzato l'esistenza di diverse fasi presso cui avviene un avanzamento nell'utilizzo degli scarabocchi allo scopo di dare forma al mondo concreto. Quindi questi segni presentano delle progressioni tramite step graduali. Si parla di un primo step, chiamato di realismo fortuito, e che si presenta prima del compimento dei due anni, dove avviene la stesura di segni caotici a cui però si associa un senso preciso. Si presenta successivamente uno step, chiamato di realismo mancato, il quale si presenta fino ai cinque anni di età, presso cui si rileva l'assenza di un lavoro sintetico. Successivamente si entra in quello che è lo step denominato realismo intellettuale, il quale vede il soggetto maggiormente consapevole delle proprie capacità, e in cui si registra una gestione più razionale degli spazi. Si giunge infine a quello che è l'ultimo step, denominato realismo visivo, in cui si rintraccia la volontà, da parte del soggetto, di ricreare sul foglio esattamente ciò che appare, per quella che sarà una metodologia che caratterizzerà l'età adulta.