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Rapa Nui, ovvero, come una civiltà può distruggere se stessa

L’isola di Rapa Nui, nota anche come isola di Pasqua, è una delle località più affascinanti dell’intero globo terrestre. Il motivo principale dell’interesse che suscita questo lembo di terra racchiuso tra le onde dell’Oceano Pacifico, e oggi facente parte territorialmente del Cile, sta nelle enormi teste di pietra, i cosiddetti moai, che ne adornano le spiagge, e che sembrano fissare con i loro occhi lo sterminato e insondabile orizzonte del mare.

Ma c’è anche un altro aspetto, questo più inquietante anche dei vitrei sguardi dei guardiani di pietra, che caratterizza la storia dell’isola di Pasqua: ovvero, il totale annientamento della popolazione che originariamente la abitava. Dati storici confermano infatti che gli abitanti di Rapa Nui si estinsero in breve tempo dopo l’arrivo degli europei sull’isola, episodio che si data al 1722. Da sempre, quindi, si è addebitata la causa della loro scomparsa alle malattie portate dagli occidentali, ed ai virus e ai batteri a cui i corpi e gli organismi degli indigeni non erano preparati a resistere. Più recentemente, però, si è avanzata anche un’altra ipotesi, che induce a ben più gravi riflessioni, oltre a quelle sulla opportunità, o meno, delle colonizzazioni selvagge. Il professor Thegn Ladefogedf, dell’università di Auckland della Nuova Zelanda, ha infatti analizzato altri dati relativi all’ambiente dell’isola, incrociandoli con quelli relativi al numero degli abitanti che vi risiedevano, giungendo a delle conclusioni che sono state pubblicate sulla rivista scientifica Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences), sulla quale vengono pubblicati gli atti dell’Accademia Nazionale di Scienze.

Ladefogedf ha basato gran parte delle sue indagini sulle analisi condotte su alcuni reperti in ossidiana (ne sono stati presi in considerazione circa 400) che sono stati ritrovati in diversi siti dell’isole, la quale ha un’estensione complessiva di 163 chilometri quadrati. In base alla loro diffusione e al loro numero, il professore ha dedotto che la popolazione di Rapa Nui aveva cominciato a decrescere già un paio di secoli prima dell’arrivo degli europei. Questo non poteva essere stato causato solo da una scarsità di risorse alimentari, ma da un depauperamento generale del territorio, e da un cambiamento profondo delle condizioni climatiche.Detto in altri termini, la popolazione dell’isola era cresciuta ad un punto tale, visto il sopraggiunto grado di benessere che la sua civiltà aveva raggiunto, che semplicemente non poteva più essere supportata dalla terra stessa su cui viveva. Sicuramente, in seguito, l’arrivo degli occidentali e delle loro malattie, come la sifilide, hanno inferto il colpo di grazia.

La conclusione a cui è giunto Ladefoged, se possibile, è ancora più eclatante, e di certo preoccupante, della semplice ipotesi secondo la quale potesse essere stato semplicemente un fattore esterno (ovvero l’arrivo dei coloni occidentali) a decretare la fine di una civiltà florida e fiorente come quella che si era sviluppata sull’Isola di Pasqua. Si deve ricordare, infatti, che questo lembo di terra aveva tutti i presupposti per prosperare all’infinito: un clima mite, un suolo fertile, per via della sua origine vulcanica, e una vegetazione lussureggiante. Ma, in definitiva, ciò che ha rotto questo equilibrio è stato proprio l’uomo, in quanto tale: non l’invasore esterno, ma l’abitante nativo, il quale non ha saputo sfruttare in maniera saggia le risorse naturali e ha finito per esaurirle, condannando anche se stesso. Rapa Nui, con i suoi immobili moai, oggi è un’isola deserta: un monito a non ripetere gli errori che un tempo hanno portato alla fine di una piccola comunità, ma i cui effetti potrebbero anche verificarsi a livello globale, qualora non si mostri rispetto per gli equilibri naturali del globo terrestre.