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Malattie moderne eredità del Neanderthal

Nonostante le scienze antropologiche abbiano fatto dei passi da gigante negli ultimi decenni ancora molte pagine restano da scrivere per poter tracciare in modo completo la storia dell’esistenza della razza umana sulla Terra. Uno degli aspetti che gli studiosi ritengono maggiormente interessante riguarda le correlazioni esistenti tra la genetica moderna e quella preistorica: ovvero, si sta cercando di scoprire in che modo in nostro DNA si è evoluto, quanto abbiamo ereditato dai nostri remoti progenitori, e in che modo questo possa aiutare a comprendere le caratteristiche dell’anatomia dell’uomo moderno.

Nel 2014 sono stati pubblicati i risultati di due differenti studi, quelli condotti da Benjamin Vernot e Joshua M.Akey della University of di Washington di Seattle (diffusi sulle pagine della rivista “Sciences”), e quelli portati avanti da Sriram Sankararaman alla Harvard Medical School e da Svante Pääbo al Max Planck Institut per l'antropologia evoluzionistica di Lipsia (resi noti tramite la rivista “Nature”). Tutti questi gruppi di ricerca hanno incrociato dei risultati derivanti dall’indagine sul genoma umano delle popolazioni non africane, nato dall’incrocio tra l’uomo di Neanderthal e i primi esseri umani evoluti che uscirono dall’Africa. Da questi studi è risultato che la percentuale di geni provenienti dall’uomo di Neanderthal continua a resistere anche nel DNA dell’uomo moderno, seppure in piccolissima percentuale. Gli scienziati di Seattle hanno appurato, su un campione di 379 esemplari di razza europea e 286 di persone provenienti dall’Estremo Oriente, che la percentuale di genoma preistorico oscilla tra l’1 e il 4%, e che è più elevata negli orientali. La ricerca pubblicata su Nature invece è entrata nello specifico della struttura del DNA e del modo in cui al suo interno sono distribuiti i geni derivanti dall’uomo di Neanderthal; ne è derivato che tali geni non sono sparsi in modo casuale,ma si trovano raggruppati in modo molto preciso, andando dunque ad influenzare delle caratteristiche specifiche. Queste conclusioni sono state portate avanti ed approfondite fino a condurre a degli ulteriori risultati che sono apparsi sulle pagine della rivista “Science” nel mese di febbraio 2016. Il gruppo di ricerca interessato nelle ulteriori indagini sul DNA appartiene alla Vanderbilt University di Nashville (Tennesse, USA), guidato dal genetista evolutivo John Capra. Questa volta si è voluto capire quali fossero gli aspetti dell’uomo moderno che i geni dell’uomo di Neanderthal hanno lasciato in eredità, e quello che si è verificato ha dei risvolti davvero sorprendenti. Sembra infatti che esistano circa 135 mila varianti genetiche che derivano da questa antichissima eredità. Alcune di queste varianti possono essere collegate alla propensione a contrarre determinate malattie, come la cheratosi. La cheratosi è un ispessimento della pelle che all’uomo di Neanderthal serviva per proteggersi dai raggi solari, e che oggi invece può diventare causa di lesioni precancerose. Altra eredità pericolosa è una maggiore facilità del sangue a coagularsi: in epoche lontane serviva a permettere la veloce guarigione delle ferite; oggi, in cui lo stile di vita è molto diverso, invece può provocare embolie, attacchi di cuore e vari problemi alla circolazione, oltre che problemi in gravidanza. Ma non è tutto: sembra che anche la depressione tragga origine dai geni dei nostri progenitori, e persino la propensione a sviluppare la dipendenza dal fumo (nonostante il tabacco abbia fatto la sua comparsa in Europa solo 400 anni fa). In conclusione, l’uomo di Neanderthal ha lasciato una traccia molto sensibile sull’uomo moderno, e ancora resta da scoprire davvero quanto profonda essa sia: la ricerca infatti va avanti con grandi difficoltà. Da una parte infatti i geni preistorici sono molto difficili da identificare; inoltre questa operazione è anche molto costosa e sovente mancano i fondi necessari.