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Antropologia della nostalgia

Non si ripeterà mai abbastanza quanto sia di fondamentale importanza il lavoro dell’antropologo in una società come la nostra. La modernità ha portato enormi cambiamenti che sono avvenuti in tempi molto stretti; tale rapidità ha avuto come effetto un senso di smarrimento generale e di perdita delle radici che può diventare molto pericoloso. La sensazione di essere sul punto di perdere per sempre qualcosa spinge il soggetto a sentirsi minacciato da chi arriva dall’esterno, il quale viene visto come un “invasore”, un barbaro che mina credenze e conoscenze e uno status quo che, in realtà, già non esiste più.

Per comporre le diverse istanze che la società contemporanea presenta alla coscienza di ognuno di noi è dunque necessario recuperare le radici profonde, cosa che solo un antropologo può aiutarci a fare. E in questa ottica si può inserire un libro recentemente pubblicato dalla Donzelli che si intitola “Quel che resta. L’Italia dei Paesi, tra abbandoni e ritorni” di Vito Teti, antropologo calabrese, con prefazione di Claudio Magris. Teti affronta un argomento di grande attualità non solo in Calabria e nel sud Italia, che pure è la parte che, geograficamente parlando, egli affronta, ma un po’ tutta la penisola. In un’epoca di sovraffollamento, in cui lo spazio che c’è non sembra più essere sufficiente per tutti, ci sono luoghi che invece si stanno desertificando e spopolando. Sono i piccoli paesi dei nostri antenati, dei nostri nonni, che i giovani lasciano per cercare fortuna altrove ma che vivono sempre con un sentimento ambivalente. Ecco quindi che Teti, coniugando un severo rigore scientifico e un’accurata analisi delle fonti con una sorta di lirismo poetico che gli deriva da decenni di riflessioni sull’argomento, tende a rivalutare due sentimenti che invece sono sempre considerati in maniera negativa. La nostalgia e la malinconia vengono visti come stati d’animo passivi, che inducono chi ne è afflitto a rimpiangere i vecchi tempi, ciò che è andato perduto, spesso idealizzandolo e trasformandolo in qualcosa che, in realtà, non è mai stato. Secondo Teti, che riprende un coraggioso e audace concetto già espresso da Pier Paolo Pasolini, la nostalgia però può anche diventare un sentimento rivoluzionario, capace di sovvertire lo status quo. Questo succede quando il contatto con le proprie radici è talmente forte e radicato, la sensazione di mancanza che deriva dalla perdita inesorabile di qualcosa che è stato e mai più potrà essere, diventa forza di reazione, spinge a creare un nuovo ordine che sia in grado di riportare in vita i valori che animavano ciò che si è perduto ma in modo nuovo, sorprendente, vitale. Questa è la “rivoluzione” che Teti auspica per il sud Italia, che troppo spesso viene ammantato di luoghi comuni e malinteso. L’antropologo usa un nuovo concetto, quello che lui chiama “restanza”: sostiene che ognuno di noi è il luogo di se stesso, perché veniamo formati e plasmati da ogni posto in cui siamo stati, in cui siamo cresciuti, in cui abbiamo fatto esperienze. È con questo bagaglio che si può “tornare a casa” per cambiare le cose e sovvertire l’ordine costituito, in modo tale che ciò di cui avvertiamo la mancanza possa tornare a vivere, per quanto in forme diverse. Secondo Teti non è più tempo di attendere, ma è tempo di agire: se la classe politica non è in grado di capire e stare dietro alle necessità ella gente, è bene andare avanti in modo autonomo, perché niente è più deleterio per l’anima dell’uomo che perdere le proprie radici profonde. In questo modo non si diventa cittadini del mondo, ma solo creature sperdute in un universo troppo vasto.