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Il Terzo Paesaggio e l’importanza dell’antropologia

Recentemente due noti studiosi italiani, Francesco Lai, professore associato di Antropologia sociale presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell'Università di Sassari, e Nadia Breda, ricercatrice di Antropologia culturale presso il Dipartimento di Scienze Formazione e Psicologia dell'Università di Firenze, hanno pubblicato un interessante volume in cui riflettono su un concetto che è stato coniato da un altro illustre antropologo francese, Gilles Clément, ovvero quello di “terzo paesaggio”.

Il libro in questione si intitola proprio “Antropologia del Terzo paesaggio” e consta di una raccolta di saggi su questo affascinante argomento; il volume è stato editato da CISU (Centro Informazione Stampa Universitaria). I saggi raccolti servono ad esplicare meglio come si intende oggi in ambito antropologico il Terzo paesaggio, cosa significa, a cosa può essere utile, in quale direzione può evolvere, e quanto può essere utile l’approfondimento antropologico per dare una nuova direzione alla società contemporanea. Si parte con la definizione di “Terzo Paesaggio”, che sostanzialmente si identifica con tutti quei luoghi che sono stati abbandonati e quindi versano in uno stato di degrado. L’abbandono di un luogo implica anche uno smarrimento e una perdita di identità da parte di chi un tempo vi ha abitato, o che vi era legato per un qualunque motivo. Basti pensare al fatto che un tempo i missionari costringevano le tribù che intendevano convertire al cristianesimo a spostarsi dalle capanne del loro villaggio, per farle vivere in un ambiente completamente diverso. In questo modo era facile inculcare loro i principi della nuova religione, poiché perdevano ogni punto di riferimento. Quindi il Terzo Paesaggio implica, in senso traslato, una perdita di identità, che spesso si ripercuote in modo concreto in paesaggi desolati, brutti e sgradevoli, che dimostrano anche un altro drammatico aspetto della contemporaneità, vale a dire lo scollamento che si è creato tra uomo ed ambiente. Oggi l’uomo si crede solo, crede di aver un potere superiore rispetto ad altre forme di vita considerate inferiori (animali e vegetali) e per questo non riesce più a vivere in quello che l’antropologo Tom Ingold ha definito “meshflow”. L’essere umano e tutte le altre creature viventi non costituiscono semplicemente un network, una rete di relazioni, ma un meshflow, ovvero un amalgama coeso. Qualora questo non venga più compreso ecco che si verificano i molti problemi che ci pone attualmente la situazione mondiale: luoghi abbandonati e caratterizzati da detriti e ruderi, inquinamento e incapacità dell’uomo di dominare le forze della natura, poiché ne viola le regole più elementari. Anche l’Italia, dicono Breda e Lai, è piena di terzi paesaggi, posti che sono brutti a vedersi ma che non devono essere ripristinati, perché la loro presenza serve a ricordare all’uomo i danni che lui stesso può creare, e quindi ad avere una coscienza maggiore in futuro. La riflessione sui luoghi dell’abbandono cioè non serve a creare malinconia o sensi di colpa, ma ad instillare uno stimolo attivo a fare in modo che il futuro sia diverso. Per questo, osserva con una nota polemica la Breda, il potere costituito teme profondamente la scienza antropologica e coloro che la approfondiscono, tanto da eliminare i Dottorati di Ricerca. Chi riflette in senso antropologico ed etnografico sui luoghi e sui fatti riesce sempre a dimostrare che non esistono situazioni ineluttabili, né irreversibili. Attraverso la riflessione critica e la speculazione sul passato si possono individuare percorsi capaci di costruire davvero un uomo nuovo, ed un mondo nuovo. Questo perché l’antropologia, siccome ha al centro delle sue riflessioni l’uomo, ascolta non solo la sua voce ma anche tutte le voci dell’ambiente che lo circonda e nel quale è indissolubilmente inserito.