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Mondi a confronto: antropologia ed epistemologia

Recentemente l'ambito antropologico, in un modo più esplicito rispetto al passato, si è emancipato dalla analisi delle popolazioni indigene, sua materia prediletta di studio nel corso della sua fondazione e del suo primo sviluppo, per proporre una visione dell'uomo occidentale, insomma il soggetto che si poneva come occhio privilegiato di analisi. In ogni caso, Levi – Strauss, uno dei padri fondatori dell'antropologia, aveva evidenziato come la riflessione sul diverso consentiva di soffermarsi, per contrasto, anche sull'essere uomo del soggetto occidentale.

Lo studio antropologico, riqualificandosi dalle fondamenta, ha incominciato dunque un raffronto attraverso diversi ambiti di indagine. A seguito di una fase iniziale, all'interno della quale si è mossa nell'ambito naturale, ha tentato un riconoscimento di carattere epistemico, e in ulteriore lascito per legittimarsi in quanto disciplina nuova si è emancipata anche da tale quadro per proporsi in quanto analisi epistemologica di sé medesima. All'interno di questo scenario l'antropologia ha colto l'ingente rottura, eredità di una visione del mondo scientista, presente fra quelle che vengono definite le discipline dell'animo e quelle che sono le discipline fisiche, e dunque il baricentro di riflessione è stato posto in direzione di una vera e propria genealogia delle conoscenze dell'uomo occidentale, tramite studi di carattere epistemico se non prettamente filosofico. A seguito dell'emancipazione da uno stato in cui la priorità sembrava quella di guadagnare una certa importanza all'interno dell'ambiente accademico, l'antropologia ha quindi rintracciato la sua esistenza propria in quanto segmento di connessione fra ambito naturale e ambito spirituale, e, inizialmente, analizzato nel dettaglio tale contraddizione di fondo, allo scopo di venire anche a conoscenza del proprio essere. Attraverso tale direzione l'analisi antropologica riguardo le conoscenze mediche, ancorate alla biologia in gran parte, e riguardo le conoscenze psichiatriche in quanto scienza mutevole nel tempo, si è collocata in tale limbo, con l'obiettivo principale di andare oltre questa dicotomia di fondo, e aprirsi in direzione di una piena comprensione dei suddetti ambiti. L'atomizzazione delle conoscenze scientifiche e umanistiche che ha caratterizzato l'ambito accademico e gnoseologico nelle ultime decadi ha portato l'antropologia ad assumersi delle responsabilità nuove per quanto concerne il sapere, votandosi ad una analisi finalmente approfondita dell'operare dell'uomo occidentale, secondo quelli che sono i suoi propri strumenti di indagine, in linea con quelli adottati nei confronti delle culture esotiche. Ci si colloca dunque, finalmente, in quel solco che riguarda la presa di coscienza riguardo a tale parcellizzazione, attingendo da un campo molteplice ma non per questo non circoscrivibile. Soprattutto per quanto concerne le analisi mediche si è avuta una vera e propria diffusione della analisi psicologica associata all'antropologia. I personaggi più di spicco, in questo senso, risultano essere l'etnologo Ernesto de Martino, e lo psichiatra Ludwig Binswanger, che hanno riproposto, seppur non in modo diretto, il collegamento spontaneo fra l'indagine filosofica, quella medica, e quella antropologica. Tenendo presente le due figure sopracitate, il lavoro della psichiatria sembra sovrapporsi in modo naturale a quello dell'antropologia, proponendo un metodo di analisi che non lasci nulla di incompiuto, ma che anzi contempli quelle che sono le fondamenta di ogni fatto scientifico, approfondendo l'analisi in modo capillare, delineando quindi nel profondo le caratteristiche dell'agire umano, soffermandosi, per la prima volta, sull'agire dell'uomo occidentale, e, nella fattispecie, di chi si produce nella specifica analisi.