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Le moderne classi sociali nascono dal rituale del sacrificio umano

Pensando alla storia dell’uomo, spesso noi occidentali ci riempiamo di compiacimento nel pensare a quanto si siano evolute le nostre società rispetto alle popolazioni antiche. Molti dei rituali che in passato erano considerati normali, ed erano di conseguenza molto diffusi, sono oggi considerato sinonimo di barbarie, ma a volte si ignora fino a che punto essi abbiano causato quello che siamo oggi.

Un recente studio dell’Università di Auckland in Nuova Zelanda ha difatti dimostrato come una delle pratiche attualmente più condannate dei popoli primitivi, ovvero l’usanza di fare dei sacrifici umani, si trovi alla base della formazione delle classi sociali. Pare infatti che l’abitudine di fare delle offerte sacrificali agli dei sia solo parzialmente da legare alla religione intesa quanto tale: esse servivano soprattutto ad indurre timore, venerazione e rispetto verso le caste più elevate (sacerdoti, guerrieri o reali) da parte della maggioranza della gente comune. In alcuni casi, il sacrificio veniva innalzato agli dei per placarne le ire; in altri casi invece era propiziatorio. A volte si uccideva una persona al fine di garantire la buona riuscita di un’impresa, oppure come punizione per aver violato un tabù, una legge considerata sacra. L’uccisione rituale serviva però soprattutto come deterrente nei confronti della vasta massa di sottomessi, i quali comprendevano in modo inequivocabile quanto poco fosse conveniente ribellarsi al potere costituito; inoltre ribadiva il potere delle caste più elevate. In quanto alle modalità, il rito del sacrificio umano poteva svolgersi nei modi più disparati. La vittima a volte veniva decapitata, fatta a pezzi, lapidata,o le veniva estratto il cuore del petto, come era in uso presso i Maya. A volte invece veniva schiacciata da un’imbarcazione, come rito inaugurale, oppure sepolta viva. Le indagini antropologiche portate avanti dal professor Joseph Watts e dal suo staff si sono svolte indagando gli usi e costumi di 93 popolazioni antiche: in ben 40 di esse era diffusa la pratica del sacrificio umano, quindi in una percentuale molto elevata, di ben il 43%. Watts e gli altri ricercatori hanno anche operato una classificazione all’interno delle culture prese in considerazione, suddividendole tra egalitarie, moderatamente stratificate ed altamente stratificate. Tale classificazione si basa dunque sulla presenza o meno di classi sociali all’interno della popolazione. È risultato che il sacrificio umano fosse presente nel 25% delle società egalitarie, nel 37% di quelle moderatamente stratificate e nel 67% di quelle altamente stratificate. Sono quindi proprio queste ultime, ovvero quelle più articolate in diverse caste, ad avere maggiormente radicato nel proprio costume il rituale del sacrificio umano. Le conclusioni a cui Watts e i suoi sono giunti rendono così necessario dare una nuova chiave di lettura a questa pratica, fino ad ora considerata solo legata alle pratiche religiose e ad un comportamento barbaro e superstizioso. In realtà anche nelle popolazioni più antiche vi era una sofisticata concezione del potere, per mantenere il quale il sacrificio umano era considerato un mezzo molto efficace. Da ciò ne risulta che il sacrificio umano avesse prevalentemente una funzione sociale, e che servisse alle classi più elevate di tenere stabilmente il proprio potere su quelle sottomesse. Non è un caso dunque che alcune delle civiltà antiche che oggi consideriamo più avanzate rispetto al tempo in cui prosperarono, come i Maya, praticassero il rituale del sacrificio umano con regolarità. Mentre finora questa era vista come un’anomalia rispetto al grado di evoluzione di una civiltà, oggi invece sappiano che è una delle cause principali di tale evoluzione.